Eino Leino è stato, fra l’altro, il primo traduttore della Commedia di Dante in finlandese, la lingua che più di ogni altra ha ispirato J.R.R. Tolkien per l’invenzione degli idiomi adoperati nella Terra di Mezzo. Mimesis pubblica ora la più importante raccolta poetica di Leino, Canti di Pentecoste, nella versione di Marcello Ganassini. Lettura appassionante, per i motivi che cerco di illustrare qui sotto.
Dove si prega, quando si prega
Attilio, il padre, si sorprende a pregare nello scavo della piscina. È il centro del mondo che si è illuso di poter costruire, il gioiello incastonato nella villa che sarà il suo vanto di spregiudicato imprenditore. In quel buco, in mezzo alla terra smossa, invoca protezione per la moglie e per i figli. Sa – o crede di sapere – che quel momento sarà decisivo per la sua vita. Anche Marta, la figlia, prega lì vicino. Sola anche lei, com’è stato solo il padre. La sua preghiera avviene di notte, perché alla villa la ragazza è arrivata di nascosto, come il ladro di cui il Vangelo predice l’avvento. Marta ha dato fuoco alla casa, ha mandato in fiamme il mondo di Attilio. E intanto prega perché quella distruzione sia perfetta. Perché da quella vampa lei stessa possa uscire purificata.
La colomba
È una poesia di Yehuda Amichai (1924-2000), un autore israeliano che in Italia è stato pubblicato anche da Crocetti. Non lo conoscevo, confesso, così come non conosco l’ebraico. Mi sono imbattuto in questi versi tradotti in inglese da Bernard Horn e mi sono sembrati adatti alla Pasqua di quest’anno, anche per via del diluvio che oggi si sta abbattendo, per esempio, su Milano.
Auguri a tutti.
La biblioteca di Caino
Il dramma si addice a Caino. Dai Misteri medievali, nei quali il primo omicida appare come prefigurazione di Giuda, fino a riscritture recenti come l’allusivo Occidente solitario dell’irlandese Martin McDonagh (1997) o l’ellittico Caino di Mariangela Gualtieri (2011), il teatro è il genere che più di ogni altro ha insistito sulla rivisitazione del quarto capitolo della Genesi. Lope de Vega, Metastasio, Vittorio Alfieri: sono soltanto alcuni dei drammaturghi che, nel corso dei secoli, si sono misurati con la linearità severa del racconto biblico. Domina, su tutti, l’impresa quasi luciferina di Lord Byron, il cui Caino (1821) fu lodato da Goethe e insieme scatenò polemiche furiose per l’intuizione, all’epoca intollerabile, di una paradossale innocenza del fratricida.
Mauriac, cher maître
Complice e giudice: questo, secondo Carlo Bo, era François Mauriac per i suoi personaggi e, in particolare, per Thérèse Desqueyroux, la protagonista del suo capolavoro. Ispirato a un caso di cronaca (il processo a Henriette-Blanche Canaby, accusata e poi assolta per il tentato avvelenamento del marito), il libro uscì nel 1927, ma anche dopo la pubblicazione l’autore continuò ad avvertire il fascino indecifrabile e ambiguo di Thérèse, le cui vicende gli ispirarono un paio di racconti e, più che altro, La fine della notte , il romanzo del 1935 che – senza rappresentare un vero “seguito” del precedente – contempla da una diversa prospettiva il medesimo mistero di colpa e redenzione.
Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
L’uomo delle risposte ci ha insegnato ad amare le domande. Quelle che Gesù prediligeva, quelle che i discepoli non si stancavano di rivolgergli. Volete andarvene anche voi?, chiedeva il Maestro. E loro, per bocca di Pietro, non riuscivano a replicare se non con un’altra domanda: Signore, da chi andremo? È come una danza, che si ripete per tutto il Vangelo. Pilato che vuol sapere che cosa sia questa famosa verità. E Gesù che dalla Croce rivolge al Padre la domanda di tutte le domande: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Accadrà ancora, qualche giorno dopo, sulla strada per Emmaus, quando lo Sconosciuto si avvicinerà ai discepoli e inizierà a interrogarli: di che cosa parlate, che cosa è successo? Sulle prime saranno loro a usare le domande come atto d’accusa (tu solo sei così straniero a Gerusalemme?), poi toccherà a Lui svelare, domanda dopo domanda, la loro incapacità di comprendere. Sappiamo come andrà a finire. Gesù spezza il pane e nello stesso tempo si sottrae allo sguardo dei due, che finalmente trovano la risposta giusta. Una risposta che, una volta di più, ha la forma di una domanda. Il cuore ci bruciava in petto, come abbiamo fatto a non riconoscerlo? La vita di ciascuno di noi, in fondo, è legata a quel “come”, in attesa di quel “perché”.
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Un esercizio di ammirazione
In questi giorni a Roma, presso l’Istituto nazionale per la grafica, il fotografo Antonio Biasiucci espone in “Tre Terzi” gran parte della sua produzione degli ultimi trent’anni. Da non perdere, come ho cercato di argomentare martedì 22 gennaio su «Avvenire».
Il Club De Rougemont
Bisognerebbe fondarlo, prima o poi, il Club De Rougemont. Avrebbe soci insospettabili, e più numerosi di quanto si potrebbe immaginare. Come tanti, anch’io mi sono imbattuto in lui grazie a L’Amore e l’Occidente, il libro che ha cambiato per sempre la nostra visione della poesia medievale e, di conseguenza, della letteratura moderna. E per un po’ di tempo anch’io, come quasi tutti, ho creduto che Denis de Rougemont fosse autore di un solo libro: di quel solo libro. Non è così, anzitutto perché sui temi del suo capolavoro lo studioso è tornato a più riprese, fino alla conclusione provvisoria da poco presentata in Italia da Guido Vitiello. E poi perché anche l’«altro De Rougemont», personalista ed europeista, è un pensatore di tutto rispetto, che merita di essere riscoperto e riconsiderato. Su «Avvenire» di sabato 19 gennaio, per esempio, ho avuto modo di scrivere del suo Pensare con le mani, un testo di quasi ottant’anni fa che sembra scritto oggi. O forse domani.
Zaitsev & Erenburg, due russi a Parigi
Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere e recensire i libri di due autori russi della cosiddetta “emigrazione” (entrambi si trovavano a Parigi all’epoca della Rivoluzione). Fatta salva questa coincidenza biografica, si tratta di due scrittori molto diversi tra di loro, come dimostrano anche i testi di cui mi sono occupato. Li riproduco qui sotto, approfittandone per sottolineare come i volumi siano pubblicati da due case editrici come Castelvecchi e Meridiano Zero, che si stanno segnalando per le loro proposte molto interessanti e, non a caso, molto diverse tra loro.
L’anno dell’Angelo
Di Eugenio d’Ors l’editoria italiana sembrava aver perso le tracce. Adesso escono questi scritti sull’Angelo (in rete se ne trovano anche altri), in una prospettiva molto più che novecentesca. Ne ho scritto così su «Avvenire» del 3 gennaio. E buon ’13, già che ci siamo.
Molto prima che Twitter introducesse il principio dei 140 caratteri, c’è stato un pensatore capace di condensare in 500 parole temi in apparenza disomogenei come l’igiene e la filosofia, la storia del mondo e l’esistenza degli angeli. Si chiamava Eugenio d’Ors Rovira o, meglio, Eugeni d’Ors i Rovira, secondo la dizione catalana. Nato a Barcellona nel 1881 e morto nel 1954, apparteneva alla straordinaria nidiata degli irregolari di genio susseguitisi nel Novecento spagnolo: Unamuno, María Zambrano, Ortega y Gasset. Una compagnia rispetto alla quale d’Ors ebbe la caratteristica di trovare, a guerra civile terminata, un conveniente modus vivendi con il regime, trasformandosi in una sorta di ambasciatore culturale della Spagna franchista. Il che non toglie che la sua opera, incentrata sulle questioni fondamentali dell’estetica e dell’educazione, abbia esercitato un influsso tutt’altro che trascurabile, anche dal punto di vista formale. A d’Ors si deve infatti l’invenzione della «glossa», saggio giornalistico ad altissima densità concettuale, nel quale già si rivela quellla tendenza a intrecciare riflessione e racconto su cui poggiano capolavori come Tre ore nel Museo del Prado e più ancora Del Barocco .
