Il censimento di Betlemme

Pieter_Brueghel_de_Jonge_-_Volkstelling_te_Bethlehem,_1605-1610Il censimento non è uno dei soggetti natalizi più frequenti, eppure è da lì che tutto prende inizio. Giuseppe deve farsi registrare nella città di cui la sua famiglia è originaria e per farlo porta con sé, fino a Betlemme, la sua nuova famiglia. Maria, che porta in grembo il piccolo Gesù. L’asino, che porta in groppa Maria. E il bue, già che ci siamo. Non basta, perché Giuseppe si porta addosso anche la sua arte di carpentiere e gli strumenti necessari per esercitarla. Porta sulla spalla la sega, che vista da lontano potrebbe anche sembrare una spada. Come sarebbe giusto, del resto, per un discendente di re. Continua a leggere

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Smart City

esondazione-sevesoSeveso, Nirone, Vettabbia, Lambro, Olona. Sono i fiumi su cui Milano ha dimenticato di poggiare, le vie d’acqua interrate definitivamente proprio nel corso degli anni Sessanta, quando Bianciardi portava la propria rabbia a spasso per la città. Fiumi cancellati dal nastro d’asfalto delle circonvallazioni, torrenti intersecati alla viabilità urbana, letti d’acqua che s’intrecciano sottoterra con la geometria cromatica della metropolitana (linea rossa, linea verde, linea gialla). Quiete correnti di pianura che la pianificazione urbanistica ha consegnato all’oblio, ma che rimangono lì, come in agguato, pronte a prendersi la loro vendetta al primo acquazzone, trasformandosi in quel mare di cui Bonvesin sentiva tanto la mancanza. Un oceano sotterraneo che tutto invade, scantinati e tunnel della metropolitana, dilatandosi come un delta paludoso fra cataste di documenti macerati e arredi intonacati dal fango.

da Milano, la città di nessuno, 2003: quando ancora non eravamo una smart city.

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Bradbury, Stevenson, Truffaut

1354202455-fahr1Succede questo: un’amica, Luisa Pecchi, mi annuncia di aver appena pubblicato una nuova traduzione di Weir di Hermiston, il romanzo incompiuto di Robert Louis Stevenson (c’è anche un concorso per chi escogita il miglior finale). Io le chiedo se, per caso, è a conoscenza del fatto che proprio quel libro è stato adoperato da François Truffaut nelle ultime scene della sua versione cinematografica di Fahrenheit 451. Molti anni fa, aggiungo, avevo anche scritto un piccolo saggio sull’argomento. Lo recupero e mi accorgo di una prima stranezza: nel doppiaggio italiano del film Weir di Hermiston diventa La chiusa di Hermiston (weir, in inglese, significa “diga”, “sbarramento” ). Della seconda stranezza si accorge Luisa: Truffaut ha vistosamente manipolato il brano citato, aggiungendo un’allusione alla morte del padre del tutto assente in Stevenson, anche perché nel romanzo il padre – per quanto tenuto a distanza – non è affatto morto.

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A mani nude

federico-da-montefeltro-1472(1)È in libreria da qualche giorno, edito dal melangolo, un mio minuscolo libro: Francesco. Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio. Si tratta di un percorso nella spiritualità ignaziana e francescana, più che altro attraverso la tradizione delle immagini pittoriche. Come la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, di cui parlo nel brano qui sotto, anticipato da «Avvenire» il 3 aprile scorso.

Gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyo­la sono il racconto di una semplicità conquistata. Il termine non è scelto a caso. Sia Francesco sia Ignazio sono stati soldati, hanno combattuto, han­no conosciuto il primo la prigionia e il secondo la sofferenza delle ferite. Dopo di che, hanno abbandonato le armi.

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La lingua madre del dolore

20140406_172740La citazione proveniva da Pascal, credo, ma non ho mai verificato. La ripeteva spesso Gesualdo Bufalino all’inizio degli anni Ottanta. Suonava grosso modo così: un grande dolore non può scrivere bene. Bufalino si vantava di essere riuscito a smentire l’autore dei Pensieri, dato che il romanzo del suo tardivo esordio, Diceria dell’untore, vantava uno stile impeccabile. Eccezione notevole, per quanto non isolata. Una decina d’anni prima, nel 1972, Giacinto Spagnoletti aveva fatto in modo che la “Bianca” Einaudi ospitasse le Rime per la morte del figlio di Pier Jacopo Martello (1665-1727). Con un gioco di parole non so quanto involontario, Spagnoletti sosteneva che quella fosse «la sola parte viva» di un Canzoniere altrimenti trascurabile. Era dolore, era grande ed era ben scritto. Continua a leggere

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#quartierelatino

320822190_6dbadda2bd_zDa domani, 1° aprile, e fino al 30 giugno ci sarà un mio breve articolo, tutti i giorni, in prima pagina su «Avvenire». È lo spazio tradizionalmente occupato dal “Mattutino” del cardinal Ravasi, nel quale si sono susseguiti negli anni Erri De Luca, Roberto Mussapi, Ferruccio Parazzoli, Mariapia Veladiano, Davide Rondoni, Marina Corradi, Salvatore Mannuzzu e altri maestri, altri amici (Guido Oldani, per esempio, il cui impegno si è appena concluso). Adesso tocca a me, ed è abbastanza difficile spiegare quanto questo incarico mi onori e mi emozioni. La rubrica si intitola “Quartiere latino” ed è un tentativo di sostenere le ragioni dell’umanesimo, e cioè della letteratura e dell’arte, del cinema e della poesia in ogni sua espressione. Sono, nelle mie intenzioni, piccoli racconti che prendono spunto da una frase, da un’immagine, a volte da una sola parola di quelle che i grandi libri (e i grandi film, le grandi opere in generale) sanno offrire al nostro stupore. Ringrazio il direttore Marco Tarquinio, che ha voluto affidarmi questo compito. La prima puntata inizia così: «Si chiama umanesimo perché riguarda gli esseri umani». Il resto lo leggete sul giornale, nei prossimi tre mesi.

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Principati e potestà

Christ In the Sepulcher Guarded by Angels William Blake, c. 1805Succede questo. Nei prossimi giorni esce, tra l’altro, un mio piccolo testo al quale tengo in modo particolare. Un libro molto breve, che ho cercato di curare come mi pareva meritasse. Succede che proprio in questo libro si sia insediato, dall’inizio, un errore di cui non mi sono accorto fino a quando il volume non è uscito dalla tipografia. Non è un errore di sostanza, ma un bel qui pro quo sovramondano, questo sì: un conflitto di attribuzione angelica. Chi se ne accorge non vince nulla, se non il diritto a correggere e l’invito a portare pazienza, proprio come sto cercando di fare io. È una bella lezione, un monito a non prendermi troppo sul serio. Sarebbe un guaio, se il valore della nostra vita dipendesse da quello che sappiamo. Un cristiano, in fondo, può sbagliare su tutto, tranne che sull’amore di Dio.

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1963+1 cinquant’anni dopo

4_gruppoL’estate scorsa, per i cinquant’anni del Gruppo 63, ho pubblicato su «Avvenire» una serie di interviste ai protagonisti di allora e ai critici di oggi. Ne sono usciti cinque dialoghi (con Nanni Balestrini, Cesare Cavalleri, Gianni Celati, Andrea Cortellessa e Matteo Marchesini) che adesso gli amici di Subway Letteratura hanno accettato di riunire in un e-book intitolato semplicemente Prima e dopo il Gruppo 63. È un piccolo contributo nel quale trovano spazio anche i materiali di un “dossier” al quale avevo lavorato alla metà degli anni Ottanta. Si tratta, in un certo senso, dell’antefatto della Neoavanguardia, e cioè della polemica sulle generazioni poetiche del Secondo Novecento italiano: una disputa che risale al 1953, esattamente dieci anni prima della celebre sortita pubblica del Gruppo a Palermo. Il pezzo forte, se così si può dire, è rappresentato dalla conversazione a distanza fra Luciano Anceschi, Luciano Erba e Oreste Macrì, tre protagonisti della nostra letteratura che ho avuto la fortuna di incontrare quando ero davvero molto giovane e, come capita ai giovani, non avevo la minima idea di che cosa mi stesse capitando.

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All’arrembaggio, di nuovo

4Al momento la scelta è tra il più recente episodio (il quarto) del videogioco Assassin’s Creed, minacciosamente intitolato Black Flag, e il Tom Hanks di Captain Phillips: Attacco in mare aperto. Sempre di pirati si parla, idealizzati dal mito o brutalmente raccontati dalla cronaca. È un fenomeno che ha avuto il suo apice negli anni scorsi, con il furibondo successo cinematografico di Pirati dei Caraibi, e prosegue a ritmo pressoché quotidiano con l’epica, più o meno discutibile, degli hacker digitali. Me ne sono occupato in un saggio apparso nel 2012 sulla rivista «Munera». Andrebbe aggiornato, se non altro per registrare l’impresa di Michele Mari, che ha tradotto da par suo L’isola del Tesoro e il seguito “autorizzato” del capolavoro di Stevenson, Ritorno all’Isola del Tesoro del poeta Andrew Motion. Ma per adesso il bottino è questo.

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Solo al mondo

17Siamo tra Hunger Games e Il gioco di Ender, ma non si sbaglia se ci si richiama anche al vecchio Starship Troopers: d’accordo, non sarà un insieme molto bonelliano, ma fatto sta che questo propone il nuovo fumetto di casa Bonelli. A richiamare l’attenzione è in particolare il titolo della serie ideata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammuccari. Orfani, semplicemente. È uno dei grandi temi della narrativa di sempre, oggi più attuale che mai per una serie di motivi che, se avessi dato retta a un amico, avrei spiegato in un libro già da un po’ e che invece sono rimasti abbozzati in un articolo apparso sulla rivista «Lo Straniero» nel febbraio del 2002. Lo ripropongo qui, come promemoria. Facendo notare che Batman, all’epoca, non portava ancora l’elegante marchio di fabbrica impressogli da Christopher Nolan.

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