Santucci, il maestro ritrovato

Pontiggia, Parazzoli, Pressburger, Coccioli: l’elenco dei vincitori del premio Basilicata è davvero molto lusinghiero. Senza nulla togliere a tutti gli altri, un nome e un titolo mi hanno colpito in particolare. Si tratta del Bambino della strega, la raccolta di racconti con cui Luigi Santucci si aggiudicò il riconoscimento nel 1981. Ho un ricordo fortissimo di quel libro, che per me fu una delle prime occasioni per intuire in modo adulto la complessità e la bellezza della letteratura. Della maggior parte di quelle storie conservo ancora un’impressione indelebile. Delle “Bogomille”, per esempio, che è una virtuosistica rivisitazione delle eresie medievali. E di “Manoscritto da Itaca”, una sorta di Ulisse in miniatura nel quale Santucci affronta quello che è forse il tema centrale di tutta la sua opera: la tenerezza degli affetti e, insieme, l’impulso inspiegabile che da quella stessa tenerezza ci tiene distanti (questo, almeno, è per me il significato di Orfeo in paradiso). Per non parlare del racconto che campeggia in copertina, un’indagine delicatissima e struggente sul mistero della maternità. Ma il capolavoro è “Discesa all’Inferno”, una dozzina di pagine che fanno da commento narrativo a quel versetto vertiginoso del Simbolo degli Apostoli: descendit ad Inferos. Il Figlio che si avventura nell’oltretomba prima accompagnato dallo Spirito e poi in una solitudine siderale, astratta e nello stesso tempo più che concreta. Fu uno dei motivi per cui ringraziai di persona Santucci tanti anni dopo, quando mi capitò di intervistarlo. Parlavamo del suo racconto-testamento, Eschaton, che con “Discesa all’Inferno” ha molti punti di contatto. Anziano, e più che altro malato, lo scrittore si commuoveva facilmente, anzi: si disperava, perché gli sembrava di non essere più l’uomo che era stato in passato. Già allora avevo provato a dirgli che non era così, nulla di quello che aveva fatto era andato perduto. Oggi che l’ho ritrovato e che, grazie a una circostanza fortuita e senza dubbio immeritata, mi trovo un po’ meno lontano da lui, mi piace ricordare quel libro, quei racconti, quel testo temerario e perfetto in cui Cristo, un istante prima di risorgere, è amorevolmente assalito dai bambini che gli chiedono di farli giocare, di aiutarli a divertirsi. Perché anche da questo gli uomini riconoscono Dio. «Tu sei bravo di far ridere», gli dicono.

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