Tolkien cum figuris

Conto alla rovescia per il nuovo film di Peter Jackson tratto dalle opere di  Tolkien. Può essere un’occasione per ragionare di fiabe, immagini e immaginazione.

Quando un autore è grande, è grande in tutto, perfino nel­le sue apparenti incoerenze. E anche di questo l’espe­rienza di J.R.R. Tolkien costituisce u­na prova più che convincente. Nel 1939, in uno snodo del saggio «Sulle fiabe», l’illustre medievista di Oxford sembra non avere dubbi: «Per quan­to buone in se stesse, le illustrazioni non rendono un buon servizio alle fiabe», scrive. All’impulso generati­vo con cui la letteratura colpisce la nostra immaginazione si contrap­pone infatti il sistema “chiuso” di im­magini mediante il quale le altre ar­ti (non escluso il teatro) «impongo­no una forma visibile ». Segue un e­sempio tanto stringente da risultare inappellabile: «Se una storia dice: “salì sulla collina e vide un fiume giù nella valle”, l’illustratore può coglie­re, più o meno, la sua personale vi­sione di una simile scena; ma chiun­que oda queste parole avrà un’im­magine sua propria, che sarà fatta di tutte le colline, e i fiumi, e le valli che ha visto, ma soprattutto della Colli­na, del Fiume, della Valle che costi­tuiscono per lui la prima incarna­zione della rispettiva parola».

Bene. Anzi, benissimo, non fosse che Tolkien non è solo un filologo, ma anche il narratore che un paio di an­ni prima ha corredato di disegni o­riginali il suo romanzo d’esordio. Parliamo dello Hobbit, è chiaro, o più precisamente di L’arte dello «Hobbit» di J.R.R. Tolkien, senza dubbio la più interessan­te fra le molte strenne che Bompia­ni manda in libreria per salutare l’or­mai imminente arrivo del film con cui Peter Jackson – già acclamato re­gista del Signore degli Anelli cine­matografico – inaugura la trilogia tratta da quest’altro capolavoro del fantastico. Riunite e commentate da Wayne G. Hammond e Christina Scull, nel volume trovano posto tut­te le illustrazioni che lo scrittore rea­lizzò per l’edizione originale. Mappe e bozzetti apparivano peraltro già nel «manoscritto domestico» dello Hob­bit , nel quale Tolkien aveva messo a frutto la sua lunga esperienza di pit­tore dilettante. L’apparato cartogra­fico fu il primo a essere approvato dall’editore George Allen & Unwin. Di tavola in tavola, però, del libro pubblicato nel 1937 l’autore finì per curare ogni particolare, comprese la sovraccoperta e le iscrizioni sulla ri­legatura.

Come mettere d’accordo l’immagi­ne interiore di Collina, Fiume e Val­le con le colline, i fiumi e le valli tratteggiati dal­l’autore in persona? Una prima risposta, scherzo­sa fino a un certo punto, sta nel fatto che il Tolkien pittorico è paesaggista più che ritrattista. Anche quando deve raffigurare il protagonista del libro, il coraggioso «mezzuo­mo » Bilbo Baggins, pre­ferisce le inquadrature scorciate, che permetto­no di non diffondersi troppo in dettagli. Molto più riuscite sono le vedu­te di Hobbiton o della el­fica Rivendell (il «Gran Burrone» della traduzio­ne italiana), né è casuale che in questa come in al­tre ambientazioni gli sce­nari ricostruiti da Jackson e dalla sua équipe ricor­dino da vicino l’archetipo tolkienia­no. Ecco, ci siamo: “archetipo” è il concetto decisivo. Anziché essere considerate strettoie che minaccia­no di imbrigliare la fantasia del let­tore, le illustrazioni di Tolkien vanno adoperate come vie d’accesso al­l’immaginazione dell’autore, quasi fossero una delle numerose “appen­dici” che – non diversamente dalle famose cartine, dagli alfabeti in uso nella Terra di Mezzo, dalle cronolo­gie e dalla rutilante mitografia del Silmarillion– consentono di mette­re a fuoco premesse e intenzioni del­la saga. Nessuna contraddizione, quindi. Semmai, una conferma del­l’intima coerenza dell’intero edificio tolkieniano.

Anche senza questo antecedente d’autore e molto prima dell’attuale versione cinematografica, Lo Hobbit vanta comunque una storia icono­grafica di tutto rispetto. Il documen­to più rappresentativo è probabil­mente la riduzione a fumetti allesti­ta fra il 1989 e il 1990 da David Wen­zel (anch’essa disponibile nel cata­logo Bompiani). È, in un certo sen­so, l’estrema propaggine dell’inter­pretazione di Tolkien in chiave “con­troculturale” nata negli Stati Uniti nell’ambito delle proteste giovanili degli anni Sessanta e della quale si trovava traccia anche nell’irrisolto Signore degli Anelli portato sullo schermo da Ralph Bakshi nel 1978. L’anno precedente anche Lo Hobbit aveva avuto la sua trasposizione per immagini in un peraltro trascurabi­le lungometraggio d’animazione de­stinato al mercato televisivo. Oggi i volti del buon Bilbo e della sua metà oscura, il malvagio Gollum, sono un po’ dappertutto, perfino nelle scher­mate di alcune slot machine che hanno provocato la giusta indigna­zione degli eredi di Tolkien. Il quale di certo non aveva in mente il gioco d’azzardo quando affermava che «l’Evasione è una delle principali funzioni della fiaba».

(da «Avvenire», 5 dicembre 2012)

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