La Regina delle Fate

Bompiani pubblica la prima traduzione integrale in lingua italiana di un capolavoro della letteratura inglese. Impresa notevolissima, anche perché, tra Narnia e la Terra di Mezzo, l’immaginario della Regina delle Fate è molto presente nel XXI secolo. L’articolo è uscito su «Avvenire» sabato 8 dicembre.

Molti particolari della vita di William Shakespeare re­stano avvolti, se non nel mistero, almeno nell’in­distinto, specie per quanto riguarda i rapporti del drammaturgo con il mondo politico dell’epoca. Ambiguità del tutto assente nel caso del suo contemporaneo Edmund Spenser (1552-1599), la cui fedeltà al trono d’Inghilterra è da sempre fuori discussione. Sostenitore inflessibile del regime protestante, il poeta risiedette a lungo in Irlanda a fianco di lord Arthur Gray (responsabile del massacro a tradimento di seimila cattolici) e solo una violenta ribellione lo indus­se a lasciare l’incarico governativo nell’Isola di Smeraldo.
Quest’ultima definizione avrà anche qualcosa di lezioso, ma aiuta ad avvicinarsi all’immaginazione tipica di Spenser, che insieme con Shakespea­re – anche se molto diversamente da lui – fu il maggior poeta dell’età e­lisabettiana. Il poeta di E­lisabetta, anzi, dato che il suo capolavoro incom­piuto, La Regina delle Fa­te, è una programmatica e visionaria celebrazione della Vergine che veglia sulle sorti dell’Impero britannico. Un testo im­ponente, che avrebbe dovuto contare dodici li­bri, composto ciascuno di dodici canti. Spenser ne ultimò la metà esatta, dopo di che fece in tem­po a imbastire un altro li­bro e a vergare due stan­ze dell’ottavo. Stanze spenseriane, andrà pre­cisato, perché anche in questo l’autore della Re­gina delle Fate è di una singolarità irriducibile: prende a modello il me­tro del poema cavallere­sco italiano, ma agli ot­to versi dell’originale ne aggiunge un nono, ren­dendo ancora più com­plessa la struttura.

Difficile descrivere in tutta la sua ampiezza l’influenza che il poema ha esercitato sulla letteratura inglese successiva (un eco ben riconoscibile si trova, per esempio, nelle Cronache di Narnia di C.S. Lewis, che di Spenser fu anche stu­dioso e commentatore). Shakespeare lambisce a tratti lo stesso clima incantato, come accade nel Sogno di una not­te di mezza estate , ma senza mai rinunciare a un tratto iro­nico del quale, al contrario, non si trova traccia nel suo con­fratello.

«Io non ho mai riso leggendo Spenser», ammette il massi­mo specialista del poeta, Thomas P. Roche jr, nelle pagine che fanno da viatico alla traduzione integrale della Regina delle Fate allestita da Luca Manini per i nuovi «Classici del­la letteratura europea» Bompiani. L’impresa è considerevo­le e non soltanto perché, finora, di questa epopea meravi­gliosa e sfuggente non esisteva alcuna versione completa in una lingua diversa dall’inglese. Lacuna pressoché imper­donabile nel caso dell’Italia, alla cui cultura Spenser si ispirò costantemente, ben al di là delle soluzioni adottate in sede di versificazione. È lo stesso Manini, nel suo bel saggio in­troduttivo, a passare in rassegna i debiti contratti nei con­fronti di Ariosto e Tasso, oltre che di una fitta schiera di au­tori nostrani fra cui spicca il Giordano Bruno dello Spaccio de la Bestia Trionfante (e una «Bestia Berciante» viene infatti catturata al termine del sesto libro). Il duplice richiamo al­l’Orlando Furioso e alla Gerusalemme Liberata appare nel­la lettera prefatoria che Spenser dedicò nel 1589 a sir Walter Raleigh, a sua volta figura centrale per il costituirsi dell’i­deologia elisabettiana. A lui l’autore spiega che La Regina del­le Fate mescola tra loro la cangiante fan­tasia ariostesca e l’in­tento apologetico proprio di Tasso, con l’obiettivo di fonda­re una nuova forma d’epica.

Spenser parla di sé come di un «poeta storico», non perché l’argomento dei suoi versi siano episodi realmente accaduti, ma piuttosto perché l’impianto allegorico dell’opera funge da interpretazione e giustificazione di u­na vicenda storica ancora in pieno svol­gimento. Deriva da questa ambizione l’architettura del poema così come Spenser la rivela a Raleigh: l’inizio del racconto si troverà nell’ultimo libro – il dodicesimo, mai scritto –, nel quale verrà raffigurata la festa annuale della Terra Fatata. Qui tiene cor­te Gloriana, la Regina, rappresentazione idealizzata di Eli­sabetta, la quale si rispecchia però anche in Belfebe, im­magine della dea Diana. Mitologia pagana e devozione cri­stiana vanno di pari passo per tutta la durata del poema (si­mile, in questo, ai Lusiadi del portoghese Luís de Camões), in un continuo intrecciarsi di avventure cavalleresche, a­scese mistiche, abbandoni amorosi e omaggi alle più diffe­renti tradizioni, da Omero fino al ciclo arturiano.

Non per niente i canti superstiti del libro perduto hanno per protagonista Mutevolezza, la magnifica gigantessa a cui è da­to ogni potere sugli avvenimenti terreni. In questo, proba­bilmente, perfino Shakespeare sarebbe stato d’accordo con Spenser.

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