L’anno dell’Angelo

Di Eugenio d’Ors l’editoria italiana sembrava aver perso le tracce. Adesso escono questi scritti sull’Angelo (in rete se ne trovano anche altri), in una prospettiva molto più che novecentesca. Ne ho scritto così su «Avvenire» del 3 gennaio. E buon ’13, già che ci siamo.

Molto prima che Twitter introducesse il principio dei 140 caratteri, c’è stato un pensatore capace di condensare in 500 parole temi in apparenza disomogenei come l’igiene e la filosofia, la storia del mondo e l’esistenza degli angeli. Si chiamava Eugenio d’Ors Rovira o, meglio, Eugeni d’Ors i Rovira, secondo la dizione catalana. Nato a Barcellona nel 1881 e morto nel 1954, apparteneva alla straordinaria nidiata degli irregolari di genio susseguitisi nel Novecento spagnolo: Unamuno, María Zambrano, Ortega y Gasset. Una compagnia rispetto alla quale d’Ors ebbe la caratteristica di trovare, a guerra civile terminata, un conveniente modus vivendi con il regime, trasformandosi in una sorta di ambasciatore culturale della Spagna franchista. Il che non toglie che la sua opera, incentrata sulle questioni fondamentali dell’estetica e dell’educazione, abbia esercitato un influsso tutt’altro che trascurabile, anche dal punto di vista formale. A d’Ors si deve infatti l’invenzione della «glossa», saggio giornalistico ad altissima densità concettuale, nel quale già si rivela quellla tendenza a intrecciare riflessione e racconto su cui poggiano capolavori come Tre ore nel Museo del Prado e più ancora Del Barocco .

Non diversamente da altri intellettuali della sua epoca, d’Ors fu anche – e forse principalmente – un indagatore degli arcani angelici, circostanza questa che lo avvicina a una non meno impegnativa galassia di autori, che vanno da un suo illustre conterraneo, il poeta Rafal Alberti, all’americano Wallace Stevens, passando per Rainer Maria Rilke e Walter Benjamin. Ad attirare l’attenzione su questo particolare versante del pensiero di d’Ors è un giovane studioso italiano, Mattia Geretto, al quale si deve la traduzione e la minuziosa curatela di due testi altrimenti inediti nel nostro Paese, Sull’esistenza e l’assistenza degli Angeli e, appunto, L’angelologia in cinquecento parole, riuniti da Morcelliana in un unico volume (pagine 128, euro 11). Si tratta di scritti in qualche modo collaterali, ma non per questo meno rappresentativi di un percorso dominato dalla Introducción a la vida angélica , apparsa in prima edizione nel 1939 e già parzialmente annunciata dalle notazioni – redatte in francese e mai pubblicate finora – Sull’esistenza e l’assistenza degli Angeli.

Ma di quali angeli stiamo parlando, in definitiva? Per rispondere alla domanda Geretto passa in rassegna una letteratura critica che ha di preferenza insistito sulla cifra simbolica della riflessione di d’Ors. Certo, nella sua particolare visione dell’essere umano l’Angelo rappresenta il «sopracosciente», categoria in ampia misura riconducibile al «demone» di ascendenza socratica e nello stesso tempo contrapposta al subcosciente che – annota d’Ors – «si radica nel corporeo». L’uomo, dunque, si struttura in corpo, anima e angelo, ed è proprio quest’ultimo elemento a costituire la sua più autentica «vocazione».

Se si fermasse qui, la meditazione del filosofo spagnolo non farebbe altro che confermare quell’esilio degli angeli dai territori della metafisica e della teologia indicato come dato costitutivo dell’esperienza novecentesca dalla scrittrice Giusi Quarenghi nella prefazione a un altro libro edito dalla stessa Morcelliana ( Angeli. Presenze di Dio tra cielo e terra, pagine 286, euro 20), nel quale sono raccolti gli atti del convegno celebrato nel 2010 ad Assisi dall’associazione Biblia. In realtà, secondo l’intelligente lettura di Geretto, l’angelo di d’Ors non è soltanto la parte più “sottile” dell’essere umano, ma partecipa del più ampio mistero del ser dos , un «essere in due» che rimanda al rapporto con Dio e, di conseguenza, all’azione mediatrice dei suoi messaggeri.

L’argomentazione dello studioso è serrata e convincente, rinvia spesso al debito che d’Ors contrasse nei confronti di Leibniz e non trascura il desiderio di coerenza – sempre presente nell’autore – nei confronti della tradizione cattolica, lungo una linea che da Pseudo-Dionigi l’Areopagita arriva fino a Tommaso d’Aquino (senza risparmiare un rapido rimprovero a Dante, che per d’Ors avrebbe attribuito alla sua Beatrice ogni capacità di mediazione, finendo così per essere troppo tiepido nei confronti delle schiere celesti).

Che l’Angelo di d’Ors non abbia subìto quella che Geretto suggestivamente definisce «la mutilazione delle ali» lo dimostrano del resto le conclusive fra le famose «cinquecento parole» del magistrale saggio sull’argomento. Subito dopo aver esortato a invocare l’Angelo e a moltiplicare le sue rappresentazioni da parte dei «figurativi cattolici», il pensatore mette in guardia dall’immagine corriva dell’«angioletto bambino», che con il suo aspetto di «piccolo cupido seminudo» tradisce la vera natura del messaggero biblico.

L’Angelo autentico, avverte d’Ors, è «adulto, forte, lucido, saggio, viaggiatore, guerriero». Un’infilata di aggettivi che Geretto invita a considerare come possibile didascalia a un quadro amatissimo dall’autore spagnolo, e cioè L’Arcangelo Raffaele e Tobiolo di Piero del Pollaiolo. Dove, per inciso, il giovanotto se ne va per il mondo accompagnato da un angelo e da un cane, perché – come osserva Paolo De Benedetti in un bell’intervento compreso nel volume curato da Giusi Quarenghi – «la vera scelta del Signore è di abbassare l’angelo, innalzare il cane e servirsi di loro per realizzare un miracolo a favore dell’uomo». In fondo, la teoria di d’Ors in materia di subcosciente e sopracosciente non è poi così lontana.

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