Il Club De Rougemont

rougemontBisognerebbe fondarlo, prima o poi, il Club De Rougemont. Avrebbe soci insospettabili, e più numerosi di quanto si potrebbe immaginare. Come tanti, anch’io mi sono imbattuto in lui grazie a L’Amore e l’Occidente,  il libro che ha cambiato per sempre la nostra visione della poesia medievale e, di conseguenza, della letteratura moderna. E per un po’ di tempo anch’io, come quasi tutti, ho creduto che Denis de Rougemont fosse autore di un solo libro: di quel solo libro. Non è così, anzitutto perché sui temi del suo capolavoro lo studioso è tornato a più riprese,  fino alla conclusione provvisoria da poco presentata in Italia da Guido Vitiello. E poi perché anche l’«altro De Rougemont», personalista ed europeista, è un pensatore di tutto rispetto, che merita di essere riscoperto e riconsiderato. Su «Avvenire» di sabato 19 gennaio, per esempio, ho avuto modo di scrivere del suo Pensare con le mani, un testo di quasi ottant’anni fa che sembra scritto oggi. O forse domani.

Erano gli anni Trenta, anche allora lo spettro della crisi si aggirava per l’Europa e anche allora gli intellettuali non se la passavano bene. Denis de Rougemont (1906-1985), per esempio. Nel 1931 dirigeva Je Sers, una piccola casa editrice parigina che ebbe un ruolo rilevante nel costituirsi del movimento personalista. Due anni più tardi Je Sers era costretta a dichiarare fallimento e il geniale Denis – svizzero di Neuchâtel, figlio di un pastore protestante e futuro padre fondatore dell’Europa unita – decideva di trasferirsi per qualche tempo a Ré, un’isola al largo di La Rochelle dove lavorò senza sosta a una vasta serie di opere. Qui prese forma, in particolare, il dittico del 1936-1937, composto da Diario di un intellettuale disoccupato (pubblicato da Fazi nel 1997) e da questo Pensare con le mani, che Transeuropa rende ora disponibile nella versione di Nunzio Bombaci.
Come ricorda il curatore Damiano Bondi nell’illuminante prefazione, il saggio sulle «radici culturali della crisi europea» era già stato abbozzato nel 1932 a Francoforte, nel cuore di quella Germania che De Rougemont conosceva e amava (fu, tra l’altro, traduttore di Karl Barth), ma che pure stava per consegnarsi a Hitler. Insieme con «la misura sovietica», «la misura nazionalsocialista» viene analizzata con impietosa lucidità nelle pagine di Pensare con le mani in quanto esempio del tentativo fallimentare con cui un’Europa alla deriva vorrebbe ritrovare se stessa. Ma, come scrive De Rougemont in uno dei passaggi cruciali del suo ragionamento, «ogni fine che non abbraccia tutto l’uomo, e che tuttavia vuole che tutto l’uomo si subordini ad esso, è una menzogna, uno strumento di divisione». E l’uomo, «tutto l’uomo», non è soltanto razionalità: l’altro suo carattere distintivo è la mano, secondo quanto già testimoniato da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Un rimando, questo, che rivela l’importanza che la tradizione medievale rivestì sempre per De Rougemont, che non a caso dedicò il suo capolavoro, L’Amore e l’Occidente (1939), alle fonti nascoste della lirica provenzale, intesa come momento fondativo della «passione coniugale»: un’esperienza nello stesso tempo spirituale e carnale su cui si regge gran parte dell’edificio comune della sensibilità europea.

Il panorama non è molto diverso da quello evocato in Pensare con le mani, un libro che non solo denuncia una situazione ormai insostenibile (l’irrilevanza di una cultura ridotta a mero espediente retorico), ma si pone anche alla ricerca di una nuova «misura comune». La proposta di De Rougemont è sintetizzata in un gioco di parole: «mostrare che lo spirito è reale e merita che ce ne preoccupiamo solo quando si abbassa al livello degli uomini concreti, degli operai (ouvriers) nel senso elementare del termine: quelli che hanno presa sulle cose e che “stringono la realtà rugosa”, come dice Rimbaud, quelli che operano (oeuvrent); e quelli che aprono (ouvrent) ».

L’apertura operosa è, per l’appunto, il compito della mano resa strumento del pensiero e quindi detentrice delle virtù alle quali è demandata l’impresa di costituire una rinnovata «morale del pensiero». De Rougemont evoca anzitutto la necessità del realismo, non arretra quando si tratta di teorizzare l’importanza della violenza («non è la brutalità, è propriamente il fatto dello spirito, intendo dello spirito creatore») e, più che altro, suggerisce di fare fare perno sulla «dialettica dell’incarnazione», l’evento misterioso in cui si compie il paradosso di «pensare con le mani». Un programma forse non troppo diverso rispetto a quello di cui avremmo bisogno oggi.

Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterPrint this pageShare on LinkedInShare on TumblrShare on Google+
Questa voce è stata pubblicata in Idee. Aggiungi ai segnalibri il permalink.