Un esercizio di ammirazione

Vapori_n_1_Dragoni_1983In questi giorni a Roma, presso l’Istituto nazionale per la grafica, il fotografo Antonio Biasiucci espone in “Tre Terzi” gran parte della sua produzione degli ultimi trent’anni. Da non perdere, come ho cercato di argomentare martedì 22 gennaio su «Avvenire».

Un corpo che non si vede, perché la condizione della vittima sta appun­to nel suo nascondersi allo sguardo del carnefice. E un cor­po che si offre in ogni minimo dettaglio, fino a condensare nella quiete dell’occhio spalancato tutta la sapienza, e tutta la pa­zienza, su cui si regge la condi­zione dei viventi. Sono gli estre­mi del percorso testimoniato in
Tre Terzi , la mostra-installazio­ne – attualmente in corso pres­so l’Istituto nazionale per la grafica di Palazzo Poli a Roma – in cui il fotografo Antonio Bia­siucci ha voluto ricapitolare gli esiti di una ricerca ormai più che trentennale. Come scrive Goffredo Fofi nel bel catalogo Peliti (nel quale, non a caso, convivono felicemente le voci di scrittori, critici e antropologi quali Maurizio Braucci, Maria Francesca Bonetti, Stefano De Matteis e altri), Biasiucci è tra quanti, posti davanti al dilem­ma dello statuto proprio della fotografia, hanno scelto «la pra­tica di un rigore» che permette di «tirarsi fuori dal quadro» di una contemporaneità altrimen­ti soffocante. Nato nel 1961 a Dragoni, nel Casertano, Bia­siucci si è stabilito a Napoli al­l’inizio degli anni Ottanta, in un clima di vivacità creativa domi­nato, nel caso specifico, dalla fi­gura di Antonio Neiwiller, il compianto regista-drammatur­go la cui poetica ha lasciato un’impronta indelebile nella sua opera. Raccogliendo l’intui­zione che fu già di Roland Barthes nella Camera chiara, l’artista campano ha subito svi­luppato, in modo pressoché i­stintivo, la parentela sotterranea che lega la fotografia al tea­tro, indagando i misteri di una corporeità che, proprio per il suo essere intimamente abitata dall’umiltà della materia, non riesce a sottrarsi all’avventura di un sovrasenso spirituale. «Sa­crificio», «tumulto» e «costellazioni» sono i movimenti di cui si compone la partitura di Tre Terzi , la cui sequenza d’apertu­ra coincide con l’ormai classico progetto “Vapori”, indagine sul rito contadino dell’uccisione del maiale condotta scegliendo – e imponendo a chi osserva – il punto di vista della bestia ucci­sa. È questo il corpo che non si vede e che non può essere visto. Il corpo dilatato a misura del­l’universo è invece quello, con­clusivo, delle celebri “Vacche”, nel cui manto rugoso Biasiucci pare ritrovare la stessa sostanza magmatica incontrata sulle pendici dei vulcani da lui tanto frequentati. In mezzo è tutto un susseguirsi di ex voto e oggetti abbandonati, volti sospesi nel vuoto e forme di pane che assu­mono vastità planetaria, in un mi­stico trovarobato per cui ogni assenza rivela lo struggimento e la necessità di un’attesa.

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