Mauriac, cher maître

imagesComplice e giudice: questo, secondo Carlo Bo, era François Mauriac per i suoi personaggi e, in particolare, per Thérèse Desqueyroux, la protagonista del suo capolavoro. Ispirato a un caso di cronaca (il processo a Henriette-Blanche Canaby, accusata e poi assolta per il tentato avvelenamento del marito), il libro uscì nel 1927, ma anche dopo la pubblicazione l’autore continuò ad avvertire il fascino indecifrabile e ambiguo di Thérèse, le cui vicende gli ispirarono un paio di racconti e, più che altro, La fine della notte , il romanzo del 1935 che – senza rappresentare un vero “seguito” del precedente – contempla da una diversa prospettiva il medesimo mistero di colpa e redenzione.

Perché Thérèse è colpevole, su questo non ci sono dubbi, eppure sopravvive in lei un’ombra di innocenza della quale la bellezza irrequieta della donna potrebbe essere un riflesso. Ammesso e non concesso che non sia stato proprio quel fascino carnale ad aver deciso per lei, relegandola nel gretto microcosmo di una provincia che misura il benessere secondo il registro dei boschi posseduti. Anzi, dei pini, gli alberi ossessivamente contati e ricontati nel corso del romanzo. Alla fine il verdetto si rivela impossibile, come sempre accade in Mauriac. L’istruttoria è stata completata, le prove a carico sembrano schiaccianti, ma c’è qualcosa che impedisce allo scrittore di vestire i panni severi del giudice. Un istinto di complicità, appunto, che porta Mauriac a riconoscersi nei desideri oscuri e nell’oscura ricerca di salvezza di Thérèse e di tanti altri personaggi. Brigitte, l’implacabile «farisea» del romanzo omonimo, oppure Gabriel, che occupa pressoché per intero la scena del magistrale Gli angeli neri. Appartengono a questo catalogo le angustie morali di Nido di vipere, l’illusione dolorosa di una passione che sconfina nella follia nel Deserto dell’amore e poi, decisiva, la favola triste del Bacio del lebbroso , il romanzo con il quale, nel 1922, Mauriac scopre se stesso, lasciandosi alle spalle il pur fortunato esordio in versi e l’assai più controverso debutto da narratore. Nel matrimonio impossibile fra il ricco ma ripugnante Jean e la splendida ma povera Noémie sono già presenti tutti i temi di un’opera che trent’anni più tardi, nel 1952, sarà coronata dal premio Nobel. Fin da quel momento, infatti, alll’ineluttabilità del desiderio e del peccato, si oppone l’eventualità inspiegabile del sacrificio e del perdono. La celebre ammissione con cui Mauriac si definiva «cattolico per condanna» va interpretata in questo senso, che è poi è lo stesso dell’altrettanto famosa dichiarazione di poetica pronunciata dall’americana Flannery O’Connor: non si è artista nonostante la fede, ma è la fede a determinare la necessità di non essere meno che un artista. Nella sua lunga vita (nato nel 1885 a Bordeaux, morì a Parigi nel 1970), lo scrittore non si è mai sottratto al rovello che, prima di appartenergli, aveva attraversato il pensiero dei grandi predicatori e dei grandi moralisti della sua terra. La colpa da condannare e il peccato da confessare non sono stati, per Mauriac, gli elementi di una condizione storicamente o magari sociologicamente data, ma questioni universali, da affrontare giorno per giorno con umiltà e meraviglia. Anche per questo l’elegante letterato al quale era andata l’ammirazione di André Gide non si era sottratto, con il passare del tempo, al dovere di confrontarsi con il mondo moderno. Lo testimonia, per esempio, il suo prolungato e assiduo impegno di critico televisivo, i cui esiti sono stati raccolti in un corposo volume edito nel 2008 da Bartillat, On n’est jamais sûr de rien avec la télévision. In realtà, l’insicurezza suprema che Mauriac ha fronteggiato in modo inesausto è quella di cui ogni essere umano è custode e rispetto alla quale non esiste strumento di indagine più efficace del racconto letterario. Inquieto in tutto il resto, Mauriac è sempre rimasto fedele a uno stile che – nel suo raffinarsi da un libro all’altro e quasi da una pagina all’altra – non ha mai ceduto alle lusinghe dello sperimentalismo fine a se stesso. È uno dei motivi per cui, voltandosi a contemplare la burrascosa eredità letteraria e spirituale del Novecento, viene spontaneo riconoscere a un romanzo come Thérèse Desqueyroux le qualità del classico indiscutibile: del libro, cioè, in cui nulla può essere mutato, nulla chiede di essere aggiunto o tolto. A partire da quell’incipit memorabile in cui l’assassina mancata è da subito, e per sempre, sola con il suo segreto.

(da «Avvenire», 3 marzo 2013)

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