Dove si prega, quando si prega

il-pellegrino-inginocchiato-sotto-la-pioggia-image-10011-media_aggregate-ajust_570Attilio, il padre, si sorprende a pregare nello scavo della piscina. È il centro del mondo che si è illuso di poter costruire, il gioiello incastonato nella villa che sarà il suo vanto di spregiudicato imprenditore. In quel buco, in mezzo alla terra smossa, invoca protezione per la moglie e per i figli. Sa – o crede di sapere – che quel momento sarà decisivo per la sua vita. Anche Marta, la figlia, prega lì vicino. Sola anche lei, com’è stato solo il padre. La sua preghiera avviene di notte, perché alla villa la ragazza è arrivata di nascosto, come il ladro di cui il Vangelo predice l’avvento. Marta ha dato fuoco alla casa, ha mandato in fiamme il mondo di Attilio. E intanto prega perché quella distruzione sia perfetta. Perché da quella vampa lei stessa possa uscire purificata.

Sono, per quanto mi riguarda, i due momenti più intesi di Il mio paradiso è deserto, il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti. Un libro bello e inquietante, il cui senso sta tutto tra l’attesa di protezione e l’ineluttabilità di distruzione. In questo Il mio paradiso è deserto mi ha ricordato Imparare a pregare nell’era della tecnica del portoghese Gonçalo M. Tavares, altro racconto spietato e ossessivo, a sua volta dominato dalle furie del potere e del desiderio. Anche lì il protagonista, Lenz Buchmann, compie un gesto di inesplicabile tenerezza: dalla finestra del suo studio di uomo arrivato, benedice la folla che si muove nella piazza sottostante. Dove si prega? E quando? Nei momenti e nei luoghi più inattesi. Succede nella vita e, sempre più spesso, nella narrativa dei nostri anni, che di fronte ai temi cruciali del vivere e del patire riscopre in maniera istintiva le parole, le immagini e i gesti della tradizione cristiana. Ai personaggi, nel frattempo, accade di tutto, per esempio di precipitare negli abissi di una sessualità convulsa che, a ben vedere, potrebbe alludere a una mistica disorientata e capovolta. Leggendo il romanzo di Teresa mi sono chiesto più volte come mai, per tornare a casa, ci si intestardisca a fare il giro più lungo, che passa per i territori del risentimento e dell’abiezione. Ma questo, in fondo, è il mistero che l’essere umano porta dentro di sé. Questa, per quanto mi riguarda, è la ragione per cui leggo i libri degli altri e per cui, ogni tanto, ne scrivo uno mio.

 

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