Uno Straniero fra gli dèi

Maidens at the Ends of Capes, Aino-motif from the Kalevala 1919-20

Eino Leino è stato, fra l’altro, il primo traduttore della Commedia di Dante in finlandese, la lingua che più di ogni altra ha ispirato J.R.R. Tolkien per l’invenzione degli idiomi adoperati nella Terra di Mezzo. Mimesis pubblica ora la più importante raccolta poetica di Leino, Canti di Pentecoste, nella versione di Marcello Ganassini. Lettura appassionante, per i motivi che cerco di illustrare qui sotto.

L’Omero finnico ha un nome e un cognome, l’Iliade nordica ha una data di nascita. Le generalità sono quelle di Elias Lönnrot, medico finlandese con la passione per la letteratura che il 28 febbraio 1835 – eccola, la data di nascita – ­pubblica la prima edizione del Kalevala . Un poema epico o, meglio, un’epopea nella quale Lönnrot dà forma unitaria all’articolato corpus di tradizioni orali da lui stesso raccolte in anni di pellegrinaggio tra gli ultimi laulajat, gli aedi dell’Estremo Settentrione. Insieme con il Kanteletar (1840), in cui confluiscono ballate e canti popolari, il Kalevala sta all’origine di un articolato movimento artistico: l’interesse per il folklore, tipico del romanticismo tedesco, si arricchisce di elementi originali, inglobando le tensioni filosofiche del passaggio fra Otto e Novecento. Un processo rapidissimo, che in meno di un secolo porta dalla funzione omerica esercitata da Lönnrot alla complessa personalità di Eino Leino, nome d’arte dell’irrequieto Armas Einar Leopold Lönnbohm (1878-1926), che per la Finlandia rappresenta qualcosa di simile a un Goethe, sfiorato però dal contraddittorio vitalismo di Nietzsche e non estraneo, nello stesso tempo, alle suggestioni del cristianesimo ancestrale. Tutti elementi che si ritrovano nel suo capolavoro poetico, Canti di Pentecoste, i cui due volumi risalgono rispettivamente al 1903 e al 1906. Pressoché dimenticati in Italia dopo la pionieristica scelta tradotta negli anni Venti da Paolo Emilio Pavolini, i ventinove poemetti vengono ora presentati per la prima volta in versione integrale da Marcello Ganassini, che ha anche curato l’interessante appendice critica riorganizzando i contributi di studiosi finlandesi. Il risultato è una lettura sorprendente, che ci aiuta, fra l’altro, a rivedere la nozione stessa di Europa, allargando i confini e rinnovando le prospettive. Perché anche lassù, nella Thule di Leino, c’è molta Grecia e non poco Vangelo. Prima ancora che alla ricorrenza liturgica, la Pentecoste del titolo si richiama a Ritvala, la «festa di primavera» in cui la natura si risveglia e rinasce dal letargo invernale. I versi (il metro, l’ottonario trocaico, è lo stesso del Kalevala) evocano una formidabile varietà di fiabe e leggende, che vanno dalla rustica Cenerentola di “Dama di Tyyri” fino alla grandiosa visione di “Continente perduto”, dove il mito di Atlantide scaturisce dalla disputa irriducibile tra creature del giorno e creature della notte. C’è il banchetto fatale di “Tuuri”, per cui la sventura di Tantalo si accompagna all’apparizione di un convitato spettrale come nel Don Giovanni, c’è la discesa agli inferi di Kouta lo sciamano, ma ci sono più che altro continue rivisitazioni dell’agiografia cristiana in chiave sincretista. La santa Caterina di “Croce azzurra” subisce una metamorfosi analoga a quella di Dafne, san Giorgio va incontro allo stesso destino di Beowulf e Gesù, il «Salvator Nostro Signore», se ne va di villaggio in villaggio, secondo una modalità molto cara alla novellistica medievale. Dal punto di vista teologico, la composizione più ambiziosa è senza dubbio “Il figlio di Marjatta”, che dalla scena conclusiva del  Kalevala riprende il tema della nascita virginale, accentuandone ulteriormente la componente panteista. Nel rispetto di uno schema di chiara ascendenza gnostica, il «santo Figlio del Signore» si trasforma in masso e in uccello, in legno e in farfalla, scegliendo infine di «assaggiar le umane pene» pur di lasciare agli uomini «la scintilla sua che mai s’estingue». Ed è proprio per questo che gli dèi dell’antico pantheon scandinavo riconoscono in lui «lo straniero», definizione comunque bellissima per Colui che testimonia la legge del «divino Ignoto». Fino alla domanda cruciale, in cui il Crepuscolo wagneriano cede il passo all’Apocalisse: «È dunque il tramonto del creato, / o l’inizio d’una vita nuova?».

(da «Avvenire», 4 maggio 2013)

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