Contributo alla filologia di me stesso

image_1203180868_232Nei giorni scorsi Massimo Onofri ha recensito su «Avvenire» l’ultimo libro di Gian Mario Villalta, soffermandosi a lungo sulla formulazione del cosiddetto disclaimer: la frasetta, cioè, che raccomanda di non confondere la finzione del romanzo con la realtà della vita vissuta. Onofri, in particolare, è rimasto colpito dall’idea che questa sovrapposizione possa estendersi all’«analogia o coincidenza con fatti veramente accaduti o in procinto di accadere». E su quel «procinto», giustamente, ha costruito gran parte della sua riflessione critica. Ora, capita che quella formula abbia una storia e che io la conosca bene. Fui io infatti a escogitare la dicitura, con il procinto e tutto il resto, verso la fine del 2008, quando Mondadori stava per pubblicare il mio Infinita notte. Poiché si trattava di un esperimento in presa diretta sul Festival di Sanremo, e considerato che in quel momento seguivo abbastanza da vicino le vicende dello show-biz da poter arrischiare qualche previsione, preferimmo cautelarci rispetto a qualsiasi fraintendimento. Che pure non mancò, ma questo sarebbe un altro discorso. Resta il fatto che il disclaimer sanremese suonava bene, tanto con gli editor di Segrate convenimmo che sarebbe rimasto a disposizione della casa, in modo da soccorrere qualche altro autore che volesse mettersi nei guai con la cronaca. Caso che, a quanto pare, si è verificato con l’ottimo Villalta. In tutto questo mi piace pensare che la ripetizione non sia soltanto l’esito di una convenienza, ma la spia di qualcosa di simile a una poetica comune che in questi anni cerca, nonostante tutto, di trovare la sua strada. O almeno è in procinto di farlo.

Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterPrint this pageShare on LinkedInShare on TumblrShare on Google+
Questa voce è stata pubblicata in Idee, Libri. Aggiungi ai segnalibri il permalink.