«Mercy will come»

head-image-frontÈ uscito da qualche giorno, ma il tema è davvero senza tempo. Come le canzoni di Leonard Cohen, del resto.

Mercy è una parola bellissima. Rispetto all’equivalente italiano, «misericordia», il termine inglese ha il pregio di un’immediatezza che sembra escludere qualsiasi intervento della volontà. Come se la misericordia non fosse l’esito di un’attitudine interiore, ma qualcosa che miracolosamente accade per sovrabbondanza della Grazia. Mercy will come, promette il padre al figlio in una memorabile pagina della Strada di Cormac McCarthy, e sono parole intraducibili nella loro semplicità. Significano che perfino lì, in un mondo ormai dimentico dell’umanità, si troverà qualcuno disposto a prendersi cura di un bambino abbandonato. La misericordia si farà avanti. Tutto qui? Tutto qui.

Mercy  è anche la parola chiave della raccolta di prose poetiche che Leonard Cohen pubblica nel 1984. Già fugacemente apparso in Italia una dozzina di anni fa, Libro della misericordia (Book of Mercy in originale) esce ora da Minimum fax nella traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni e con una dettagliata prefazione di Leonardo Colombati, un narratore che ha già avuto modo di dimostrare la sua competenza musicale occupandosi di Bruce Springsteen e allestendo un’imponente antologia della canzone italiana per Mondadori. Sì, perché Leonard Cohen è proprio lui, l’autore di canzoni come Suzanne, Bird on a Wire, The Guests e il celebre Hallelujah nel quale – come giustamente osserva Colombati – riecheggiano temi e motivi del contemporaneo Libro di misericordia. Nato a Montréal nel 1934 ed esordiente come narratore prima che come cantautore (diversi suoi romanzi sono in catalogo da Minimum fax, che per il 2014 annuncia il capolavoro Beatiful Losers), Cohen non ha mai fatto mistero dell’importanza che la fede ebraica ha rivestito nella sua formazione. Ha lambito a tratti il cristianesimo e per un quinquennio ha vissuto da monaco buddhista, ma ancora oggi non gli dispiace presentarsi come «il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia», alludendo così a un’intima parentela con il re Davide.

Il Salterio è infatti il vero modello dei cinquanta testi raccolti in Libro di misericordia, quasi a riprendere una tradizione che, nella letteratura italiana, ha il suo maggior esponente nel Petrarca dei Salmi penitenziali. Certo, nel caso di Coehn agisce anche il modello dell’oscura angelologia del poeta-profeta William Blake, recepita in particolare attraverso la mediazione di Allen Ginsberg e di tutta la Beat Generation. Poi però ci si imbatte in una sequenza come questa: «Santo è il tuo nome, santa la tua opera, santi i giorni che a te fanno ritorno», e il gioco delle sfumature e dei rimandi improvvisamente si interrompe. C’è qualcuno che sta pregando, in questa frase. C’è un Nome – l’unico Nome per la tradizione di Israele – che viene invocato. Come e perché questo avvenga rimane un mistero. Ignoriamo tutto, perfino di noi stessi («Non sapendo dove andare, vengo a te», scrive Cohen), ma sappiamo già quale sarà l’ultima parola. Mercy, misericordia.

(da «Avvenire», 20 agosto 2013)

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