Solo al mondo

17Siamo tra Hunger Games e Il gioco di Ender, ma non si sbaglia se ci si richiama anche al vecchio Starship Troopers: d’accordo, non sarà un insieme molto bonelliano, ma fatto sta che questo propone il nuovo fumetto di casa Bonelli. A richiamare l’attenzione è in particolare il titolo della serie ideata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammuccari. Orfani, semplicemente. È uno dei grandi temi della narrativa di sempre, oggi più attuale che mai per una serie di motivi che, se avessi dato retta a un amico, avrei spiegato in un libro già da un po’ e che invece sono rimasti abbozzati in un articolo apparso sulla rivista «Lo Straniero» nel febbraio del 2002. Lo ripropongo qui, come promemoria. Facendo notare che Batman, all’epoca, non portava ancora l’elegante marchio di fabbrica impressogli da Christopher Nolan.

Superman e una bambina di Kabul, Harry Potter e il figlio di un impiegato delle Twin Towers hanno qualcosa in comune: sono orfani. Soli al mondo, come si diceva una volta con una perifrasi compunta e lacrimosa, ma anche spietata nella sua esattezza. Perché la solitudine dell’orfano è una condizione dell’anima, non un problema sociale. Prima ancora di appartenere ai tempi concitati della cronaca e della storia, gli orfani vivono nel tempo eterno del mito, che per loro assume il volto – spesso sconosciuto o dimenticato – dei genitori morti. E proprio per questo sono capaci di rivelare una forza alla quale si è tentati di attribuire un’origine sovrumana.
Non a caso, l’immaginario del XX secolo ha consegnato a loro, agli orfani, poteri negati al resto dell’umanità. L’infrangibile leggerezza di Superman e la magia naturale di Harry Potter, ma anche la vendicativa determinazione di Batman e il messianismo cavalleresco di Luke Skywalker (e pazienza se nella saga di Guerre stellari Luke è soltanto un orfano presunto: quel che conta è la consapevolezza dell’eroe, la sua autocoscienza) tradiscono la vera natura di questi personaggi, il loro essere «fanciulli divini», secondo la definizione data da Furio Jesi nelle prime pagine di Letteratura e mito.
Il libro di Jesi porta una data rivelatrice: il 1968, l’anno in cui l’Occidente crede di consumare la rottura definitiva con il proprio passato in un parricidio simbolico che di lì a poco, nella furia degli anni di piombo, diventerà fin troppo reale, fin troppo sanguinoso. I figli dei fiori sono spesso figli di papà, ma hanno l’ambizione di essere figli di nessuno, di confondersi con i bastardi e con i reietti della terra. Con il tempo, ripeteranno gli stessi errori dei padri che – in modo più o meno metaforico – si vantano di aver ucciso. Sbaglieranno di nuovo perché non sono veri orfani, perché la loro solitudine è una scelta revocabile e non la ferita che rifiuta ogni medicamento.
Dopo aver riconosciuto nel «fanciullino» pascoliano i tratti di Dioniso bambino, signore della trasformazione e del gioco, Jesi concludeva così il suo breve saggio: «Nelle grandi svolte della storia della cultura, e soprattutto negli istanti in cui la crisi del sentimento religioso si fa sintomo e annuncio del finire d’un ciclo, affiora dalle profondità della psiche l’immagine del fanciullo primordiale, dell’orfano. Ad essa sembra che l’animo umano affidi ciecamente le sue speranze, ed essa è sempre arbitra di metamorfosi». Gli orfani portano speranza, ma nello stesso tempo incutono rispetto, inducono al timore reverenziale. In parole povere, fanno paura. Nella comica agitazione degli zii «babbani» di Harry Potter si riverbera, forse in modo non del tutto inconsapevole, l’incendiaria capacità di distruzione che guida l’orfano Alexander nel memorabile Fanny e Alexander di Ingmar Bergman. Se non viene riconosciuta, la forza che l’orfano porta dentro di sé diventa un fuoco che uccide e divora, una fiamma d’inferno che non può essere estinta.
Sono lontani i tempi dei senza famiglia e degli orfani dickensiani, la cui unica possibilità di salvezza stava nel trovare riparo in un favorevole anfratto di una società altrimenti ostile e minacciosa. Il secolo delle guerre mondiali e dell’Olocausto ha dovuto ammettere, suo malgrado, che soltanto gli orfani a cambieranno il mondo, presiedendo alla trasformazione e rendendo possibile la metamorfosi. Proprio come accade nel pasticciato finale di A.I. – Intelligenza artificiale di Steven Spielberg, dove l’orfano bionico David rivela una dedizione soprannaturale verso quella stessa umanità che lo ha braccato e respinto con ferocia. È l’amore del piccolo robot (versione ingenuamente tecnologica del «fanciullo divino») a riportare in vita la madre perduta, in un’inversione di ruoli tra creatore e creatura che sancisce, appunto, il compimento di ogni possibile metamorfosi.
Fin qui l’immaginario, dunque. Ma la bambina di Kabul e il figlio dell’impiegato delle Twin Towers stanno già aspettando un risarcimento che non si accontenterà di proiezioni fantastiche né di rassicurazioni ideologiche. Buone o cattive, le cause per cui i padri muoiono hanno in definitiva poca importanza. Quel che conta è l’assenza insanabile con la quale questi bambini hanno dovuto misurarsi in un millennio nuovo di zecca, in un secolo ancora più giovane dei loro pochi anni. Conta la forza travolgente che monta nel cuore e nella pancia degli orfani, la gravidanza isterica di un mondo diviso tra noi e loro, con la certezza – ed è l’unica certezza al momento disponibile – che loro hanno ucciso mio padre. Più che da uno scontro di civiltà, le guerre che ci aspettano nasceranno da questo silenzioso duello tra orfani, convinto ciascuno delle proprie prerogative di «fanciullo divino» e del potere smisurato che da questa investitura deriva. Siamo tutti avvisati: non potrà esserci pace finché gli orfani vorranno la guerra. E gli orfani non vorranno la pace fino a quando non avranno ritrovato la tenerezza e la forza dell’amore di un padre.

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