La lingua madre del dolore

20140406_172740La citazione proveniva da Pascal, credo, ma non ho mai verificato. La ripeteva spesso Gesualdo Bufalino all’inizio degli anni Ottanta. Suonava grosso modo così: un grande dolore non può scrivere bene. Bufalino si vantava di essere riuscito a smentire l’autore dei Pensieri, dato che il romanzo del suo tardivo esordio, Diceria dell’untore, vantava uno stile impeccabile. Eccezione notevole, per quanto non isolata. Una decina d’anni prima, nel 1972, Giacinto Spagnoletti aveva fatto in modo che la “Bianca” Einaudi ospitasse le Rime per la morte del figlio di Pier Jacopo Martello (1665-1727). Con un gioco di parole non so quanto involontario, Spagnoletti sosteneva che quella fosse «la sola parte viva» di un Canzoniere altrimenti trascurabile. Era dolore, era grande ed era ben scritto.

Mi è venuto spontaneo pensare a questi due testi mentre leggevo l’ultima raccolta di Mario Benedetti. Si intitola Tersa morte (Mondadori) ed è, quasi a colpo d’occhio, molto diversa dai libri precedenti del poeta. In Umana gloria (2004) e più ancora in Pitture nere su carta (2008) Benedetti aveva dimostrato un talento assoluto per l’aspetto formale della composizione. I suoi versi si chiudevano l’uno sull’altro, organizzandosi in strutture compatte, di ammirevole solidità e densità. In Tersa morte, invece, prevale la sdrucitura, il dramma, e così l’intonazione scivola verso la prosa, che in più di un’occasione prevale. Questa volta è la regola ad avere la meglio: il lutto per la morte del fratello sta all’origine della scrittura e intanto la ostacola, impedisce alla forma di articolarsi. Non è, per quanto mi riguarda, un limite. Ho una simpatia istintiva per i libri in cui qualcosa è, o appare, fuori posto. Il magma di Moby Dick, per esempio, ma anche gli esametri sospesi dell’Eneide o Dostoevskij, che lavora di furia alla prima parte dei Fratelli Karamazov, il capolavoro destinato a rimanere incompiuto. E la Bibbia stessa, dove il sublime prevale sul bello. «Dai del tu ai morti, stai al posto di te, anche», scrive Benedetti.  Non  è musica, questa. Non è stile. Ma è la lingua madre del dolore, e chi l’ha parlata – fosse pure per una sola volta – ne riconosce l’esattezza, ne condivide la pena.

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