A mani nude

federico-da-montefeltro-1472(1)È in libreria da qualche giorno, edito dal melangolo, un mio minuscolo libro: Francesco. Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio. Si tratta di un percorso nella spiritualità ignaziana e francescana, più che altro attraverso la tradizione delle immagini pittoriche. Come la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, di cui parlo nel brano qui sotto, anticipato da «Avvenire» il 3 aprile scorso.

Gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyo­la sono il racconto di una semplicità conquistata. Il termine non è scelto a caso. Sia Francesco sia Ignazio sono stati soldati, hanno combattuto, han­no conosciuto il primo la prigionia e il secondo la sofferenza delle ferite. Dopo di che, hanno abbandonato le armi.

«Tutti e’ profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono», si compiace di annotare Machiavelli nel Principe, i­stituendo una regola generale che però non tiene conto dell’eccezione francescana e ancora non può, per meri motivi di cronologia, apprezzare quella i­gnaziana. Francesco e Ignazio sono e vogliono es­sere «profeti disarmati», non per disprezzo della di­sciplina militare (che anzi riveste un ruolo tanto im­portante nell’organizzazione interna della Compa­gnia di Gesù e, in modo più sotterraneo ma non me­no rilevante, nella stessa famiglia francescana), ma perché in questa rinuncia all’armatura si consuma il primo stadio della spogliazione, che costituisce il fondamento e l’apice della vita cristiana. Nel mo­mento in cui si spoglia di sé, il credente condivide qualcosa del mistero dell’incarnazione perché, co­me scrive papa Francesco nel messaggio per la Qua­resima del 2014, «la povertà di Cristo che ci arric­chisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio».

Prima ancora di denudarsi davanti al vescovo di As­sisi, Francesco decide di non indossare più la co­razza del cavaliere. A quel punto è già al cospetto di se stesso, è già nudo, già totalmente identifica­to con la sua sola umanità. Si pensi a un quadro ce­leberrimo: la Pala Montefeltro di Piero della Fran­cesca (1472). Tra i numerosi santi che compaiono del dipinto c’è anche Francesco, che nella mano de­stra tiene la croce, mentre con la sinistra scosta leg­germente i lembi di un taglio nel saio, sotto al qua­le sta un altro taglio, più doloroso: la ferita che il se­rafino gli ha impresso sul petto. È la ferita in cui so­no compendiate tutte le altre, la stessa piaga ri­prodotta con estremo realismo da Caravaggio nel­la magnifica Incredulità di Tommaso (1600-1601). Anche il Cristo di Caravaggio e il Francesco di Pie­ro, come più tardi il San Francesco di Francisco de Zurbarán, non portano segni sulle mani. A essere sottolineato è il punto del costato da cui, secondo  Giovanni 19, 34 , sgorgano «sangue e acqua», lo stesso binomio che ritroveremo in Anima Christi, la preghiera semplicissima che Ignazio pone in e­pigrafe agli Esercizi : Sanguis Christi, inebria me. / Aqua lateris Christi, lava me.

Il Francesco che nella Pala Montefeltro mostra in­sieme la croce e la ferita ribadisce, con questo du­plice gesto, il legame specialissimo che fa di lui un alter Christus . Il suo è anche un atto di denuda­mento. Francesco lascia intravedere la propria nu­dità, sia pure parziale, perché in quella nudità – in quella carne altrimenti condannata al peccato – si è manifestata la salvezza.

La mobilità del santo è in singolare contrasto con la fissità nella quale appare relegato il committente, Fe­derico da Montefeltro, l’unico tra i molti personag­gi del dipinto che Piero ritrae di profilo. Federico è anche il solo ad apparire in ginocchio, ancora rive­stito della sua armatura. Restano scoperti il volto, tratteggiato in una rigidità da cammeo, e le mani, riprodotte dal pittore con meticoloso realismo. No­nostante la plasticità dei dettagli (il colore dell’in­carnato, le venature che lo attraversano, gli anelli), le mani di Federico restano inerti, non operano al­cuna rivelazione, al contrario di quelle di Francesco. Le mani del condottiero sono terribilmente simili ai guanti dell’armatura appoggiati davanti a lui, per terra, pronti a essere indossati una volta terminata l’orazione. Vicino a loro c’è l’elmo, collocato di tre quarti, in modo da accentuare ulteriormente la li­nea innaturale del profilo: è come se la sommità dell’armatura, ancora con la celata abbassata, fos­se diventata il vero volto di Federico.

Il guerriero non si è disarmato, la nudità delle sue mani è accidentale, momentaneo il suo presentar­si a capo scoperto. Il suo corpo non può ricevere al­cuna ferita, neppure per via mistica, come nel caso di Francesco. Ma lo spettatore intuisce che in que­sta incolumità si annida un pericolo: chi non viene ferito, non può essere salvato. Per questo non si dà, nel tempo presente come in ogni tempo, cristiane­simo che non sia disarmato.

Intra tua vulnera absconde me , «nascondimi nelle tue ferite», si implora in Anima Christi. La preghie­ra conta tredici versi e questo delle ferite è il setti­mo: sta a metà, fa da perno, da chiave di volta. La predilezione che papa Francesco non si stanca di manifestare per «i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati» ( Evangelii Gaudium, 48) è radicata in questa consapevolezza, che è ricerca del centro e, quindi, riscoperta inces­sante di Cristo. Ne permittas me separari a te , «non lasciare che sia mai separato da te», è l’invocazione subito successiva: nascondersi nelle ferite di Cristo dà la certezza di essere uniti a lui.

 

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