«Mercy will come»

head-image-frontÈ uscito da qualche giorno, ma il tema è davvero senza tempo. Come le canzoni di Leonard Cohen, del resto.

Mercy è una parola bellissima. Rispetto all’equivalente italiano, «misericordia», il termine inglese ha il pregio di un’immediatezza che sembra escludere qualsiasi intervento della volontà. Come se la misericordia non fosse l’esito di un’attitudine interiore, ma qualcosa che miracolosamente accade per sovrabbondanza della Grazia. Mercy will come, promette il padre al figlio in una memorabile pagina della Strada di Cormac McCarthy, e sono parole intraducibili nella loro semplicità. Significano che perfino lì, in un mondo ormai dimentico dell’umanità, si troverà qualcuno disposto a prendersi cura di un bambino abbandonato. La misericordia si farà avanti. Tutto qui? Tutto qui.

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Pixar, la paura e la letteratura

kinopoisk.ruArriva al cinema Monsters University e già il sito ufficiale, che mima aspetto e funzioni di un portale accademico, è un piccolo capolavoro di ironia narrativa. Ho provato a sostenere l’importanza della produzione Pixar in un saggio apparso in Ripartire da zero. Televisione e culture del decennio («Link/Mono», 2010), che potete leggere qui in pdf. Il nuovo film – che, com’è noto, rappresenta il prequel dell’ormai classico Monsters & Co. – in parte conferma e in parte smentisce la tesi che cercavo di sostenere in quell’intervento.

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Contributo alla filologia di me stesso

image_1203180868_232Nei giorni scorsi Massimo Onofri ha recensito su «Avvenire» l’ultimo libro di Gian Mario Villalta, soffermandosi a lungo sulla formulazione del cosiddetto disclaimer: la frasetta, cioè, che raccomanda di non confondere la finzione del romanzo con la realtà della vita vissuta. Onofri, in particolare, è rimasto colpito dall’idea che questa sovrapposizione possa estendersi all’«analogia o coincidenza con fatti veramente accaduti o in procinto di accadere». E su quel «procinto», giustamente, ha costruito gran parte della sua riflessione critica. Ora, capita che quella formula abbia una storia e che io la conosca bene. Fui io infatti a escogitare la dicitura, con il procinto e tutto il resto, verso la fine del 2008, quando Mondadori stava per pubblicare il mio Infinita notte. Poiché si trattava di un esperimento in presa diretta sul Festival di Sanremo, e considerato che in quel momento seguivo abbastanza da vicino le vicende dello show-biz da poter arrischiare qualche previsione, preferimmo cautelarci rispetto a qualsiasi fraintendimento. Che pure non mancò, ma questo sarebbe un altro discorso. Resta il fatto che il disclaimer sanremese suonava bene, tanto con gli editor di Segrate convenimmo che sarebbe rimasto a disposizione della casa, in modo da soccorrere qualche altro autore che volesse mettersi nei guai con la cronaca. Caso che, a quanto pare, si è verificato con l’ottimo Villalta. In tutto questo mi piace pensare che la ripetizione non sia soltanto l’esito di una convenienza, ma la spia di qualcosa di simile a una poetica comune che in questi anni cerca, nonostante tutto, di trovare la sua strada. O almeno è in procinto di farlo.

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L’imperfezione dei romanzi (4): Bolaño

Roberto-Bolano-in-1999-002Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.

Roberto Bolaño, 2666. La parte di Amalfitano (trad. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2007)

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Il dilemma dell’Onnisciente

stranger-than-fictionIn italiano si intitolava Vero come la finzione, l’originale suonava Stranger Than Fiction. Era un curioso film del 2006, spudoratamente metaletterario: un americano qualunque (Will Ferrell) scopre di essere in realtà il protagonista del romanzo al quale una grande scrittrice, nevrotica e autoreclusiva (Emma Thompson) lavora da tempo. Nel cast c’è anche Dustin Hoffman, nella parte del critico letterario che decifra l’enigma.  Il suo personaggio, il professor Hilbert, è un narratologo specializzato in «se solo avesse saputo…», che è poi una delle tante maniere in cui il Narratore Onnisciente continua a fare capolino nella letteratura contemporanea. 

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Uno Straniero fra gli dèi

Maidens at the Ends of Capes, Aino-motif from the Kalevala 1919-20

Eino Leino è stato, fra l’altro, il primo traduttore della Commedia di Dante in finlandese, la lingua che più di ogni altra ha ispirato J.R.R. Tolkien per l’invenzione degli idiomi adoperati nella Terra di Mezzo. Mimesis pubblica ora la più importante raccolta poetica di Leino, Canti di Pentecoste, nella versione di Marcello Ganassini. Lettura appassionante, per i motivi che cerco di illustrare qui sotto.

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Dove si prega, quando si prega

il-pellegrino-inginocchiato-sotto-la-pioggia-image-10011-media_aggregate-ajust_570Attilio, il padre, si sorprende a pregare nello scavo della piscina. È il centro del mondo che si è illuso di poter costruire, il gioiello incastonato nella villa che sarà il suo vanto di spregiudicato imprenditore. In quel buco, in mezzo alla terra smossa, invoca protezione per la moglie e per i figli. Sa – o crede di sapere – che quel momento sarà decisivo per la sua vita. Anche Marta, la figlia, prega lì vicino. Sola anche lei, com’è stato solo il padre. La sua preghiera avviene di notte, perché alla villa la ragazza è arrivata di nascosto, come il ladro di cui il Vangelo predice l’avvento. Marta ha dato fuoco alla casa, ha mandato in fiamme il mondo di Attilio. E intanto prega perché quella distruzione sia perfetta. Perché da quella vampa lei stessa possa uscire purificata.

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La colomba

Paloma_de_Paz_BlancaÈ una poesia di Yehuda Amichai (1924-2000), un autore israeliano che in Italia è stato pubblicato anche da Crocetti. Non lo conoscevo, confesso, così come non conosco l’ebraico. Mi sono imbattuto in questi versi tradotti in inglese da Bernard Horn e mi sono sembrati adatti alla Pasqua di quest’anno, anche per via del diluvio che oggi si sta abbattendo, per esempio, su Milano.
Auguri a tutti.

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La biblioteca di Caino

occidente-solitario-tieffe-menotti--400x320Il dramma si addice a Caino. Dai Misteri medievali, nei quali il primo omicida appare come prefigurazione di Giuda, fino a riscritture recenti come l’allusivo Occidente solitario dell’irlandese Martin McDonagh (1997) o l’ellittico Caino di Mariangela Gualtieri (2011), il teatro è il genere che più di ogni altro ha insistito sulla rivisitazione del quarto capitolo della Genesi. Lope de Vega, Metastasio, Vittorio Alfieri: sono soltanto alcuni dei drammaturghi che, nel corso dei secoli, si sono misurati con la linearità severa del racconto biblico. Domina, su tutti, l’impresa quasi luciferina di Lord Byron, il cui Caino (1821) fu lodato da Goethe e insieme scatenò polemiche furiose per l’intuizione, all’epoca intollerabile, di una paradossale innocenza del fratricida.

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Mauriac, cher maître

imagesComplice e giudice: questo, secondo Carlo Bo, era François Mauriac per i suoi personaggi e, in particolare, per Thérèse Desqueyroux, la protagonista del suo capolavoro. Ispirato a un caso di cronaca (il processo a Henriette-Blanche Canaby, accusata e poi assolta per il tentato avvelenamento del marito), il libro uscì nel 1927, ma anche dopo la pubblicazione l’autore continuò ad avvertire il fascino indecifrabile e ambiguo di Thérèse, le cui vicende gli ispirarono un paio di racconti e, più che altro, La fine della notte , il romanzo del 1935 che – senza rappresentare un vero “seguito” del precedente – contempla da una diversa prospettiva il medesimo mistero di colpa e redenzione.

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