Che cosa siete andati a vedere nel deserto?

ITALY-VATICAN-POPE-HELICOPTERL’uomo delle risposte ci ha insegnato ad amare le domande. Quelle che Gesù prediligeva, quelle che i discepoli non si stancavano di rivolgergli. Volete andarvene anche voi?, chiedeva il Maestro. E loro, per bocca di Pietro, non riuscivano a replicare se non con un’altra domanda: Signore, da chi andremo? È come una danza, che si ripete per tutto il Vangelo. Pilato che vuol sapere che cosa sia questa famosa verità. E Gesù che dalla Croce rivolge al Padre la domanda di tutte le domande: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Accadrà ancora, qualche giorno dopo, sulla strada per Emmaus, quando lo Sconosciuto si avvicinerà ai discepoli e inizierà a interrogarli: di che cosa parlate, che cosa è successo? Sulle prime saranno loro a usare le domande come atto d’accusa (tu solo sei così straniero a Gerusalemme?), poi toccherà a Lui svelare, domanda dopo domanda, la loro incapacità di comprendere. Sappiamo come andrà a finire. Gesù spezza il pane e nello stesso tempo si sottrae allo sguardo dei due, che finalmente trovano la risposta giusta. Una risposta che, una volta di più, ha la forma di una domanda. Il cuore ci bruciava in petto, come abbiamo fatto a non riconoscerlo? La vita di ciascuno di noi, in fondo, è legata a quel “come”, in attesa di quel “perché”.
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Il Club De Rougemont

rougemontBisognerebbe fondarlo, prima o poi, il Club De Rougemont. Avrebbe soci insospettabili, e più numerosi di quanto si potrebbe immaginare. Come tanti, anch’io mi sono imbattuto in lui grazie a L’Amore e l’Occidente,  il libro che ha cambiato per sempre la nostra visione della poesia medievale e, di conseguenza, della letteratura moderna. E per un po’ di tempo anch’io, come quasi tutti, ho creduto che Denis de Rougemont fosse autore di un solo libro: di quel solo libro. Non è così, anzitutto perché sui temi del suo capolavoro lo studioso è tornato a più riprese,  fino alla conclusione provvisoria da poco presentata in Italia da Guido Vitiello. E poi perché anche l’«altro De Rougemont», personalista ed europeista, è un pensatore di tutto rispetto, che merita di essere riscoperto e riconsiderato. Su «Avvenire» di sabato 19 gennaio, per esempio, ho avuto modo di scrivere del suo Pensare con le mani, un testo di quasi ottant’anni fa che sembra scritto oggi. O forse domani.

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Zaitsev & Erenburg, due russi a Parigi

Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere e recensire i libri di due autori russi della cosiddetta “emigrazione” (entrambi si trovavano a Parigi all’epoca della Rivoluzione). Fatta salva questa coincidenza biografica, si tratta di due scrittori molto diversi tra di loro, come dimostrano anche i testi di cui mi sono occupato. Li riproduco qui sotto, approfittandone per sottolineare come i volumi siano pubblicati da due case editrici come Castelvecchi e Meridiano Zero, che si stanno segnalando per le loro proposte molto interessanti e, non a caso, molto diverse tra loro.

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L’anno dell’Angelo

Di Eugenio d’Ors l’editoria italiana sembrava aver perso le tracce. Adesso escono questi scritti sull’Angelo (in rete se ne trovano anche altri), in una prospettiva molto più che novecentesca. Ne ho scritto così su «Avvenire» del 3 gennaio. E buon ’13, già che ci siamo.

Molto prima che Twitter introducesse il principio dei 140 caratteri, c’è stato un pensatore capace di condensare in 500 parole temi in apparenza disomogenei come l’igiene e la filosofia, la storia del mondo e l’esistenza degli angeli. Si chiamava Eugenio d’Ors Rovira o, meglio, Eugeni d’Ors i Rovira, secondo la dizione catalana. Nato a Barcellona nel 1881 e morto nel 1954, apparteneva alla straordinaria nidiata degli irregolari di genio susseguitisi nel Novecento spagnolo: Unamuno, María Zambrano, Ortega y Gasset. Una compagnia rispetto alla quale d’Ors ebbe la caratteristica di trovare, a guerra civile terminata, un conveniente modus vivendi con il regime, trasformandosi in una sorta di ambasciatore culturale della Spagna franchista. Il che non toglie che la sua opera, incentrata sulle questioni fondamentali dell’estetica e dell’educazione, abbia esercitato un influsso tutt’altro che trascurabile, anche dal punto di vista formale. A d’Ors si deve infatti l’invenzione della «glossa», saggio giornalistico ad altissima densità concettuale, nel quale già si rivela quellla tendenza a intrecciare riflessione e racconto su cui poggiano capolavori come Tre ore nel Museo del Prado e più ancora Del Barocco .

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La Terra Santa

Di solito, a Natale, mi piace mandare agli amici una poesia, meglio se tradotta da me per l’occasione. Quest’anno non ce l’ho fatta e allora ripropongo questa, di cui mi sono servito per gli auguri qualche tempo fa. È di un notevole poeta irlandese, Maurice Riordan, ed è tratta dal suo The Holy Land, edito nel 2007 da Faber & Faber. E buon Natale a tutti.

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La Regina delle Fate

Bompiani pubblica la prima traduzione integrale in lingua italiana di un capolavoro della letteratura inglese. Impresa notevolissima, anche perché, tra Narnia e la Terra di Mezzo, l’immaginario della Regina delle Fate è molto presente nel XXI secolo. L’articolo è uscito su «Avvenire» sabato 8 dicembre.

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La geografia di Dante

Nuova edizione commentata delle opere di Dante e nuovissima edizione del De vulgari eloquentia, una di quelle “incompiute” che valgono una biblioteca. Su «Avvenire» di domenica  25 novembre ne ho scritto così:

Quali fossero le convinzioni cosmologiche di Dante ce lo ha spiegato, qualche anno fa, il fisico rumeno Horia-Roman Patapievici in un libro suggestivo fin dal titolo ( Gli occhi di Beatrice, Bruno Mondadori). Ora però è il momento di tornare sul nostro pianeta, per cercare di ricostruire la «geografia» dell’Alighieri. Scienza sempre un po’ negletta, questa che riguarda la distribuzione delle acque e delle terre (tanto per rifarsi a un’operetta dantesca, la Questio de aqua et terra, appunto), ma che da sempre riveste un ruolo fondamentale anche in letteratura, come sosteneva in tempi non sospetti il grande Carlo Dionisotti e come, più di recente, hanno ribadito le polemiche suscitate dall’Atlante della letteratura italiana approntato da Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà per Einaudi.

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Santucci, il maestro ritrovato

Pontiggia, Parazzoli, Pressburger, Coccioli: l’elenco dei vincitori del premio Basilicata è davvero molto lusinghiero. Senza nulla togliere a tutti gli altri, un nome e un titolo mi hanno colpito in particolare. Si tratta del Bambino della strega, la raccolta di racconti con cui Luigi Santucci si aggiudicò il riconoscimento nel 1981. Ho un ricordo fortissimo di quel libro, che per me fu una delle prime occasioni per intuire in modo adulto la complessità e la bellezza della letteratura. Della maggior parte di quelle storie conservo ancora un’impressione indelebile. Delle “Bogomille”, per esempio, che è una virtuosistica rivisitazione delle eresie medievali. E di “Manoscritto da Itaca”, una sorta di Ulisse in miniatura nel quale Santucci affronta quello che è forse il tema centrale di tutta la sua opera: la tenerezza degli affetti e, insieme, l’impulso inspiegabile che da quella stessa tenerezza ci tiene distanti (questo, almeno, è per me il significato di Orfeo in paradiso). Per non parlare del racconto che campeggia in copertina, un’indagine delicatissima e struggente sul mistero della maternità. Ma il capolavoro è “Discesa all’Inferno”, una dozzina di pagine che fanno da commento narrativo a quel versetto vertiginoso del Simbolo degli Apostoli: descendit ad Inferos. Il Figlio che si avventura nell’oltretomba prima accompagnato dallo Spirito e poi in una solitudine siderale, astratta e nello stesso tempo più che concreta. Fu uno dei motivi per cui ringraziai di persona Santucci tanti anni dopo, quando mi capitò di intervistarlo. Parlavamo del suo racconto-testamento, Eschaton, che con “Discesa all’Inferno” ha molti punti di contatto. Anziano, e più che altro malato, lo scrittore si commuoveva facilmente, anzi: si disperava, perché gli sembrava di non essere più l’uomo che era stato in passato. Già allora avevo provato a dirgli che non era così, nulla di quello che aveva fatto era andato perduto. Oggi che l’ho ritrovato e che, grazie a una circostanza fortuita e senza dubbio immeritata, mi trovo un po’ meno lontano da lui, mi piace ricordare quel libro, quei racconti, quel testo temerario e perfetto in cui Cristo, un istante prima di risorgere, è amorevolmente assalito dai bambini che gli chiedono di farli giocare, di aiutarli a divertirsi. Perché anche da questo gli uomini riconoscono Dio. «Tu sei bravo di far ridere», gli dicono.

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